Ma la storia è davvero andata come ce la raccontano?

 

Cosa hanno in comune Orazio Coclite, Muzio Scevola e Clelia ?

Riassumendo la risposta in una parola sola potremmo dire: Porsenna. Porsenna, o meglio Lars Porsenna, in cui Lars è il prenome derivato dall’etrusco Larth, fu un re etrusco di Chiusi, città – stato ubicata in Toscana, vissuto nel VI secolo a.C., probabilmente tra il 530 e il 480 a. C. La sua figura fu talmente importante da essere definito non come lucumone ( che per gli Etruschi rappresentava sia il capo politico che religioso di una comunità) della città di Chiusi, ma come “re degli Etruschi”, per sottolineare forse il suo ruolo di potere nella dodecadopoli, ossia la comunità costituita da dodici città, dell’Etruria settentrionale.

Secondo la tradizione letterale raccontata da Tacito, Porsenna nel 509 a. C. avrebbe riportato Roma sotto il dominio di un re divenendo di fatto l’ottavo ed ultimo re di Roma. Questo atto di forza fu motivato dall’aiuto militare mosso in supporto del re etrusco Tarquinio il superbo, estromesso dalla città romana che si era ribellata alla sua prepotente tirannia.

Tarquinio il Superbo, detronizzato, persuase Lars Porsenna, re di Chiusi, a rimetterlo sul trono con le armi. Ma il grande re etrusco che partì da Chiusi con un esercito composto da soldati provenienti da tutta la dodecadopoli, non rimise sul trono il tiranno Tarquinio, ma se stesso. Secondo alcuni autori Porsenna pose il campo sul Gianicolo e assediò la città. Nel raccontare l’assedio si narra anche della presa del ponte Sublicio, dal quale emerse una figura eroica decantata dagli storici romani, quella di Orazio Coclite, ossia HORATIUS·COCLES che in Latino significa " Orazio con un solo occhio".

La leggenda romana vuole che questo eroe impedì da solo il passaggio degli Etruschi sul ponte Sublicio, dando modo ai Romani di tagliarlo alle sue spalle (il ponte era di legno), per impedire che i nemici attraversassero il Tevere prendendo possesso della città.

Ci sono due storici che a tal proposito ci forniscono due storie diverse: secondo Polibio Orazio Coclite perì nel fiume, ma per Tito Livio invece si salvò ricevendo grandi onori per l’impresa.

Ovviamente è impensabile che un solo uomo, anche se molto forte e coraggioso potesse bloccare la potente ed agguerrita armata etrusca ed è quindi più ragionevole pensare che gli Etruschi abbiano preso il possesso della città senza troppi sforzi e che gli storiografi romani abbiano cercato di sminuire e mascherare il ricordo di una dominazione da parte dell’ottavo re, durata dal 509 sino

al 504 a. C., quando ad Ariccia morì il figlio di Porsenna Arunte nel corso della battaglia contro i Latini alleati con i greci di Cuma.

Comunque, il fatto che Porsenna divenne l’ottavo re di Roma è testimoniato anche dall’impresa di un altro valoroso soldato romano, Muzio Cordio, più famoso come Muzio Scevola, salito agli onori delle cronache per aver tentato di sopprimere Porsenna in quanto capo dell’esercito che aveva il comando di Roma. Muzio Cordio, giovane aristocratico romano di origine e lingua etrusca, si infiltrò nell’accampamento di Porsenna, attese che il suo bersaglio rimanesse solo e quindi lo pugnalò, ma sbagliò persona, uccidendo invece il suo scriba. Catturato e portato dai soldati dinanzi a Porsenna il giovane romano denunciò la vera intenzione di colpire il re, auto-punendosi: mise così la mano destra, quella che impugnava l’arma, in un braciere dove ardeva il fuoco dei sacrifici. Da quel giorno il coraggioso nobile romano avrebbe assunto il nome di "Muzio Scevola” ossia Muzio il mancino.

Riguardo alla figura di Clelia Tito Livio scrive che, durante l’occupazione romana del re di Chiusi, la ragazza fu consegnata insieme ad altri giovani a Porsenna per un patto di pace tra i Romani e gli Etruschi.

Dato il suo spirito ribelle Clelia cercò degli espedienti per scappare dagli Etruschi. Si ingegnò ed alla fine riuscì a trovare una via di fuga attraversando il fiume Tevere. Ma Porsenna, una volta venuto a sapere che era scappata pretese la sua restituzione. Fu così che i Romani riconsegnarono la ragazza, che il re etrusco non solo protesse, ma onorò, permettendole di scegliere gli altri ostaggi che avrebbero dovuto farle compagnia e che Clelia indicò in alcuni adolescenti come lei. Una volta conclusa la pace, i Romani immortalarono il gesto di estremo coraggio della ragazza con una statua equestre in cima alla Via Sacra, la strada più importante e più antica di Roma, così chiamata dopo che Romolo e Tito Tazio vi ebbero firmato la pace della guerra, causata dal ratto delle Sabine.Un’ultima nota prima di chiudere questa ricerca.

I libri di storia di solito non riportano l’informazione che Roma fu governata da otto re, come in effetti è stato con Porsenna ultimo re di Roma. Come pure non esiste nessuna menzione sul fatto che Lars Porsenna una volta lasciata la grande città per far ritorno a Chiusi (e questo avvenne dopo l’uccisione del figlio Arunte nel corso della battaglia di Ariccia nel 504) non restaura nessuna forma di monarchia o tirannia, ma consegna il potere nelle mani di due consoli romani, anticipando nel concreto quei principi che daranno vita alla futura repubblica romana e facendo diventare reale quella forma di democrazia che si vedrà in Grecia solo intorno al 450 a.C., più precisamente nell’Atene dell’epoca di Pericle.

Un tempio etrusco a Travalle?

 

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Nei pressi di Travalle,  in mezzo ad un bosco, è stata rinvenuta una vasca lustrale simile per tutto a quella trovata a Tarquinia presso il tempio denominato Ara della Regina, con ingresso ad Est.

Nelle vicinanze della vasca sono stati depositati alcuni massi imponenti che costituivano una parte delle pareti di un antico edificio.

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Nella foto la vasca lustrale presso il tempio etrusco dell’Ara della Regina
a Tarquinia

copyright curiositybox 2014

PANE


PANE TOSCANO (o etrusco?)
di anonimo toscano


I progenitori della cucina Toscana furono sicuramente gli Etruschi ,da sempre dediti ai piaceri della tavola con l’accompagnamento musicale dell’aulos, della lira e di cembali di varia tipologia.
L’Etruria era una terra fertile e rigogliosa coltivata soprattutto a frutteti, legumi e cereali. Ancora oggi troviamo infatti tra i piatti più conosciuti della cucina toscana la minestra di farro. Questo piatto oltre ad essere molto buono e nutriente è anche molto facile da preparare. Altro prodotto caratteristico che non trova uguali o simili in Italia è il pane toscano, caratterizzato dalla mancanza di sale. Su questo alimento possiamo dire che le aree geografiche dove si produce un pane senza sale (Toscana Umbria e parte delle Marche) testimoniano ancora oggi il loro legame con la civiltà etrusca.
In epoca più recente, una ricerca storica indica che l’usanza di non aggiungere sale al pane in Toscana risale al XII secolo quando, al culmine della rivalità fra Pisa e Firenze, i pisani bloccarono il commercio del prezioso cloruro di sodio. Persino Dante ricorda quest’uso nella sua Commedia, nel XVII canto del Paradiso, versi 58-59, con la risposta di Cacciaguida e la profezia dell’esilio da Firenze del sommo poeta: “Tu proverai sì come sa di sale lo pane altrui..”.  In Toscana, la sacralità del pane, ovvero l’importanza di non buttarlo via ma di utilizzarlo anche quando è raffermo, è testimoniata da una lunga serie di antiche ricette ancora molto diffuse: la panzanella, la panata, la ribollita, l’acquacotta, la pappa al pomodoro, la fettunta, la zuppa di pane, la minestra di cavolo nero.
In un periodo di crisi economica come quello attuale vale forse la pena di riscoprire questi piatti poveri.

…. E VINO


Quando si parla della storia ci sono dei codici di lettura che ci aiutano ad interpretare e meglio comprendere la realtà.
Uno di questi codici é sicuramente la civiltà del bere e del mangiare.
Per argomentare con un’analisi scientifica la nostra storia sotto questo particolare profilo alcuni archeologi dell’università di Siena hanno svolto un lavoro in collaborazione con biologi molecolari dell’Università di Milano.
Così gli archeologi hanno battuto a tappeto l’Etruria meridionale per individuare le  famose “lambruscaie”, vale a dire viti selvatiche che si inerpicano sugli alberi. I biologi molecolari hanno dimostrato che le viti trovate nei pressi di siti archeologici hanno sviluppato negli anni un patrimonio genetico diverso da quelle cresciute in ambienti naturali. Secondo le loro stime c’é il 90% di probabilità che siano discendenti di quelle che il fattore etrusco usava per fare il vino.Tra i vitigni testati ci sono quelli delle lambruscaie di Ghiaccioforte (vicino a Magliano in Toscana, in provincia di Grosseto), composti da uve di canaiolo nero e sangiovese, gli stessi che entrano nella composizione di molti vini di oggi. Inoltre, non è un caso se il  Sangiovese lo troviamo sia in Toscana che in Romagna (nella comunità di San Patrignano fanno un Sangiovese doc che é una meraviglia).
Se vogliamo allargare il campo della nostra visuale quando andiamo in Corsica e beviamo il Nieluccio, altro non é che Sangiovese e, lo ricordiamo, la Corsica è stata completamente etrusca dal 540 a.C., dopo la cruenta battaglia di Alalia contro i Greci.
Infine, un vicino parente del Sangiovese é l’aglianicone, presente in Campania e Calabria.
Insomma, troviamo tracce dei nostri avi un po’ in tutta quella che era l’Etruria meridionale e settentrionale, anche se, è bene dirlo, il vino che beviamo oggi, almeno per noi, non rientra quasi per niente nei gusti di coloro che con le loro tradizioni ed insegnamenti hanno dato un contributo notevole allo sviluppo della civiltà.
Per dirla con le parole del latinista ed etruscologo francese Jacques Heurgon (1903- 1995) “È in verità impressionante il constatare che, per due volte nel VII secolo a.C. e nel XV d.C., pressoché la stessa regione dell’Italia centrale, l’Etruria antica e la Toscana moderna, sia stata il focolaio determinante della civiltà Italiana”. (citazione tratta dal libro: Vita quotidiana degli Etruschi).

SANGIOVESE


Il Sangiovese, un vitigno dalla storia millenaria

Il Sangiovese è uno dei vitigni italiani più importanti, dalla storia antica ed affascinante poichè nasce nelle terre in cui nasce Dioniso, il dio simbolo di morte e rinascita. Le prime notizie sicure su questo vitigno sono del 1500 e testimoniano che le ancestrali radici affondano nel territorio dell’Appennino tra Campania e Calabria dove veniva chiamato Aglianicone.
Il sangue sacro degli etruschi
Il Sangiovese venne portato dagli Etruschi nelle zone in cui si è sviluppato ed ha avuto fortuna: tra Umbria, Marche, Romagna e Toscana. Il nome di “sanguis Jovis”, sangue di Giove, è infatti di origine etrusca. Gli Etruschi portano il Sangiovese dai luoghi di origine a quelli di coltivazione più a nord per motivi magico-religiosi legati al rituale del loro simposio sacro.
Molti dei simboli Etruschi legati al rituale passano poi anche nel cristianesimo come ad esempio il torchio che diviene la croce. Fu scelto dagli etruschi fra molti altri vitigni perchè dava vini il cui colore assomiglia molto al sangue che era parte fondamentale dei loro rituali e che quindi non necessitavano di essere diluiti con acqua e dando vino di miglior qualità.
Sangioveto, Prugnolo, Brunello
I documenti storici mostrano che venne chiamato per la prima volta con il nome Sangioveto o Sangiocheto nel 1590 in Toscana. Il Gianvettorio lo descrive nel suo trattato agricolo come un “vitigno sugoso e pienissimo di vino che non fallisce mai”. Nel Seicento il famoso pittore di nature morte Bartolomeo Bimbi ritrae alla corte di Cosimo III de’ Medici un uva chiamata Sangioveto.
Nell’Ottocento nel territorio di Montepulciano, in provincia di Siena, inizia a comparire il termine Prugnolo e a sorgere il dubbio sulla similitudine tra il vitigno Prugnolo, il Sangioveto e l’uva Brunello. Nel nel 1876 la Commissione Ampelografica della Provincia di Siena assimila tra loro il Sangioveto coltivato nel Chianti, il Prugnolo di Montepulciano e il Brunello di Montalcino: tutti sono espressioni di uno stesso antichissimo vitigno, il Sangiovese.
Oggi  la grande famiglia del Sangiovese si divide in due gruppi: il Sangiovese Piccolo e il Sangiovese Grosso in base alla maggiore o minore grandezza dell’acino. E’ un Sangiovese Piccolo il Morellino di Scansano mentre il Brunello, il Sangiovese Romagnolo e il Nielluccio corso sono Sangiovese Grosso, considerato migliore.
Il re dei vitigni italiani
II Sangiovese, con l’11% della superficie viticola nazionale, è il vitigno a bacca rossa più coltivato in Italia e concorre alla produzione di quattro fra le sue Docg più importanti: Brunello di Montalcino, Chianti, Carmignano e Vino Nobile di Montepulciano.
Vitigno considerato fra i più difficili da coltivare, il Sangiovese ha una buccia non molto spessa di colore nero violaceo e matura tra l’ultima decade di settembre e la prima di ottobre. E’ capace di adattarsi in suoli i più diversi possibili ma preferisce terreni con sedimenti calcarei capaci di esaltare i suoi eleganti aromi e le sue altre grandi qualità.
I vini del Sangiovese
I vini prodotti con Sangiovese in purezza, come il Brunello di Montalcino, hanno una grande acidità ed alto contenuto di tannini, colore moderato ed elegante struttura. Vini di notevole freschezza floreale e leggermente fruttati con sentori di ciliegia, equilibrati ed asciutti, se affinati in rovere, dove riescono ad invecchiare bene e a lungo, arrotondano le ruvidità divenendo speziati, robusti, armonici conservando una gradevole astringenza, e capacità di durare nel tempo.
Per la sua elevata acidità e astringenza, il Sangiovese è influenzato molto dal clima preferendo stagioni calde e secche. Il colore dei vini Sangiovese dipende dalle tecniche di coltura, dalle condizioni meteorologiche dell’annata ma in generale, la sua capacità colorante media, lo caratterizza con un rosso rubino trasparente unico al mondo.

LA BUCACCIA ANTICO INSEDIAMENTO ETRUSCO

Su Gonfienti purtroppo non ci sono novità, ma sul gruppo dei monti della Calvana, che sovrastano Gonfienti, dove si ritiene sia ubicata l’antica acropoli della città etrusca sul fiume Bisenzio (cioè Gonfienti), c’è una novità.
Prima di illustrarla vorrei ricordare che a Pizzidimonte, vale a dire alle prime rampe che salgono sui monti della Calvana, a circa 200 metri di altezza,nel 1700 sono stati trovati molti bronzetti votivi, il più famoso dei quali é l’offerente, che é esposto a Londra al British Museum.

Ricordo questa faccenda degli offerenti perché ho fatto una ricerca ed ho trovato che secondo la Carta Archeologica redatta nel 1929 a Pizzidimonte sarebbero stati rinvenuti (nei secoli precedenti) oltre a idoli e “altre anticaglie” due sepolcri con avanzi di armature ed UNA BASE DI COLONNA A PILASTRO TUSCANICO, in pietra arenaria.

I bronzetti, oltre a quello dell’offerente, si trovano uno a Villa Corsini, altri 8 sono nell’archivio della Soprintendenza di Firenze ed uno in una casa privata appartenente al pronipote di Cesare Guasti.

Il fatto che il luogo sede del fanum si chiami ancora oggi Pizzidimonte ci dice che il sito é a PINZO DEL MONTE, in modo tale che da lì si può traguardare tutta la piana fiorentina (Campi Bisenzio, Sesto e Firenze) e, spostandosi appena poco più a destra Prato, Montemurlo, Agliana (l’antica Hellana) sino a Pistoia.

Insomma questo tempio doveva essere posizionato in modo tale da essere visibile in tutta l’area metropolitana da Firenze a Pistoia, un po’ come se fosse una antichissima torre Eiffel.

Ebbene, se c’era, ed i numerosi bronzetti e la base della colonna a pilastro tuscanico lo provano, un tempio, più in alto c’era un villaggio di circa 3.000 persone, quello della Bucaccia, un pianoro posto a 370 metri s.l.m. lungo 1 km e largo 0,5 Km, dove erano presenti muri di difesa e terrazzamenti per porre le basi a molte abitazioni.

Un neo laureando geologo, tramite il GPS, ha ragguagliato sul posto le fortificazioni, creando una cartina: i muri di cinta sono tutti a secco, realizzati con la tecnica della doppia cortina muraria con riempimento a sacco.

L’area fortificata e dove si vedono canalizzazioni e terrapieni é di 21 ettari.

Ma c’é di più.

Oltre i muri e le 4 porte di accesso individuate c’è anche una cavea semicircolare, con tanti blocchi che potevano fungere da gradini: quindi siamo in presenza di un teatro.

Ma oltre il teatro c ‘é una sorgente, vicino ad un ipogeo denominato “grotta del drago”, che era stato circoscritto con una perimetrazione lapidea del diametro di circa 10 metri, in modo da avere una bacino di acqua da utilizzare secondo le necessità.

L’acqua di questa sorgente era convogliata in due direzioni: a nord verso il villaggio della Bucaccia, a sud nella parte che guarda il versante pratese e quindi anche verso il famoso tempio di Pizzidimonte.

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Uno scorcio dell’antico teatro ubicato su Poggio Castiglioni: sullo sfondo si nota

l’area urbana di Firenze

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Nel disegno è raffigurato il bronzetto trovato nel ‘700 a Pizzidimonte, testimonial all’estero del mondo etrusco.

Etruschi = business turistico per il futuro di Prato. Come mai Comune, Provincia e Regione non fanno niente?

 

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Esempio di cortina muraria a secco e a doppia struttura iperstatica con riempimento a sacco: questa è una parte di muro stimato di una lunghezza pari a 17 km, quindi più lunga del vallo costruito per difendere Roma nell’antichità pre-imperiale (foto curiositybox copyright 03/06/2009 )

 

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Questo sito, a 430 metri s.l.m. nasconde probabilmente il teatro al servizio di una città fortificata nascosta sotto Poggio Castiglioni         (foto curiositybox copyright 03/06/2009)

 

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Il Prof. Centauro illustra a Pierantonio Gualtieri (Amici degli Etruschi) uno degli accessi presidiati e fortificati della cittadella con teatro posta sulla Calvana (foto curiositybox copyright 03/06/2009)

 

Il commento di Giuseppe Centauro (P.A.C. di Restauro Architettonico (ICAR 19) Dipartimento di Costruzioni e Restauro (DiCR) – Università degli Studi di Firenze)

Prato, 5 marzo 2012 – In merito all’intervista rilasciata da Riccardo Marini su “La Nazione” (Cronaca Prato), ritengo che, se questa è la visione degli industriali in merito alle risorse della città, ad esempio quella durissima, apoditticamente espressa per il caso Gonfienti, la miopia degli imprenditori pratesi sia direttamente proporzionale alla incapacità cronica di investire sulle risorse del proprio territorio. Pare una sorta di sudditanza psicologica che ereditiamo incolpevolmente dal passato, una sorta di sindrome del Sacco. Dovremo tutti riflettere su questo punto. Le parole di Marini confermano infatti che nel DNA pratese non esiste alcuna possibilità di uscire dalla cultura monotematica del manifatturiero degli anni ’60 del secolo scorso. Tutto ciò è anacronistico e fuori da qualsiasi oggettiva valutazione economica. Se per dimostrare l’assunto di una presunta pratesità si arriva persino a colpevolizzare una risorsa straordinaria come quella della città etrusca di Gonfienti, siamo veramente arrivati al capolinea.
Si punta il dito su una realtà archeologica negata fin dal momento della sua scoperta, che evidentemente vuoi per le condizioni di degrado ed incuria in cui si trova vuoi per la mancanza di qualsiasi forma di protezione del sito e divulgazione dei suoi eccezionali reperti in città, non solo non potrà mai essere in grado di richiamare turisti, ma addirittura produrrà, stante così le cose, effetti boomerang totalmente negativi per l’immagine stessa della città, da stracciaiola a forcaiola. Queste affermazioni sono gravi perché non esprimano solo un punto di vista ma sono lesive di un valore che la comunità pratese vuole conoscere e fare proprio a tutti i livelli, parole che non dicono tutta la verità perchè in realtà è proprio in questa assenza di politica di gestione del bene il limite odierno della risorsa archeologica, e non già nel bene in sé. Si rammenta Marzabotto che da 150 anni ben si conosce e che vive una dimensione turistica assai diversa da quella che potrebbe avere la nostra Gonfienti, posta al centro della Piana fiorentina che conta milioni di visitatori l’anno, tuttavia concentrati su un’esausta Firenze che ormai è strangolata dalla massa di persone da accogliere quotidianamente e per questo vicina al collasso.
Per concludere questo amarissimo sfogo per gli scettici cronici e gli agnostici della cultura che ancora albergano numerosi in città, che pontificano senza dimostrare, che evocano senza conoscere, devo portare un piccolo esempio, di come in realtà un singolo bene culturale possa trasformare l’economia depressa di un territorio. Cito l’Alta Valtiberina, dove alla fine degli anni ’80 e nel decennio successivo ho avuto l’occasione di lavorare intorno al “Progetto Piero della Francesca”. Pur senza ricordare le punte di diamante di quel progetto culturale che ha cambiato la deriva economica di un intero territorio, queste ultime costituite dal Museo Civico di Sansepolcro e dal Ciclo della Vera Croce di Arezzo, a Monterchi, piccolo centro aretino di 1600 anime, prima del restauro della “Madonna del Parto” e della sua presentazione ad un pubblico vasto di persone, arrivavano sul posto si e no 1000/1500 visitatori all’anno, poi, a partire dal triennio 1992- 1994 , dopo avere acceso i riflettori sul capolavoro pierfrancescano, si è passati ad oltre 100000 ospiti paganti, andando a consolidare stabilmente per oltre un quindicennio un numero annuo assai cospicuo, ben al di sopra delle 60000 unità. Si è investito in cultura, lo ha fatto addirittura una banca, e si è raccolto il frutto auspicato, forse anche di più. Posso anche affermare con dati alla mano che con quelle stesse proporzioni è cresciuto l’indotto sul territorio sia per la filiera agroalimentare che per quella ricettiva e immobiliare, specialmente riqualificando il centro storico dell’antico borgo, dove ad oggi non esiste un alloggio vuoto. Gonfienti quindi, o meglio il Parco Archeologico di Gonfienti, quando si costituisse davvero, accenderebbe in un sol colpo tutte le altre emergenze culturali della città: il Castello federiciano, il Duomo, la basilica di S.M. delle Carceri, il nuovo Museo Civico, ma anche il contesto urbano e territoriale, le mura, il centro storico, il sistema dei parchi con il Centro di Scienze Naturali e le Cascine di Tavola, la Calvana e il Monteferrato, ovvero tutte le potenzialità naturalistiche, scientifiche, culturali, storico artistiche di Prato, ampliando la visibilità dei prodotti del territorio, ivi compresi quelli manifatturieri. Non dovremmo parlare più, riferendosi a Siena, Pisa, Arezzo ecc. ecc. di realtà culturali toscane “incommensurabilmente” più attrattive di Prato. Affermazioni come queste sono il frutto di un pensiero vecchio, cupo e angosciante in una triste reminescenza degli aspetti più provinciali della città-fabbrica, culturalmente subalterna alle città d’arte che vive ancorata nell’ideologia di un capitalismo pseudo ottocentesco.
Basta quindi con questo qualunquismo di stampo vetero politico che guarda avanti solo con gli specchietti retrovisori , pensiamo piuttosto alle giovani generazioni, preparate e competenti, pronte alla sfida con il domani sulla spinta emotiva di rinnovate energie in grado di ripensare complessivamente alle attività del futuro in modo integrato, anche al manifatturiero si capisce, ma non solo, basandosi tuttavia su obiettivi rinnovati e molto migliori per la stessa qualità della vita, finalmente basata sul rispetto dell’ambiente, una ritrovata consapevolezza della propria storia e sulla valorizzazione in loco delle risorse naturali e culturali.

Di Giuseppe Centauro
P.A.C. di Restauro Architettonico (ICAR 19)
Dipartimento di Costruzioni e Restauro (DiCR)
Università degli Studi di Firenze.